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Scriverò un libro

Ebbene, anche quest’anno le vacanze sono volate, andate, ite. Finite. 
Tutto sommato non mi posso lamentare, basta ignorare categoricamente chi ancora oggi è supino sotto un sole cocente, che mi dicono esistere, anche se io sinceramente non me lo ricordo.

Ma lungi da me il lamentarmi del meteo, è da febbraio che si sente un gemito costante di scontentezza diffusa e legittima. Io, per fare un po’ la differenza mi sono lamentata solo quando ero al mare. I miei amici social avranno sicuramente capito che si trattava solo di pura solidarietà, mica di spocchia. Perchè io la spocchia la spocchio, sia chiaro.

E lungi da me il lamentarmi della difficoltà che comporta viaggiare con i figli quando sono piccoli, che poi c’è chi si lamenta anche quando sono grandi, come ad esempio i miei genitori, che siccome hanno una casa grande al mare ci stanno dentro ancora tutti i loro figli, più i nipoti, per di più a gratis. Non è colpa mia se hanno creato una famiglia unita. Dovevano pensarci prima.

E lungi ancora da me lo stilare una serie di buoni propositi per il nuovo anno lavorativo a venire, già l’ho fatto l’anno scorso e non è che sia andata come previsto, a dirla tutta.

No, io qui, dopo un mese di silenzio sofferto, voglio raccontarvi dell’unico progetto (che sto elaborando da ben 4 o 5 giorni) per il quale durante il prossimo anno varrà la pena vivere, lottare, sudare, faticare e non dormire: scriverò un libro. Sarà pieno di spunti, leggermente autobiografico, ma poco autoreferenziale, che vi insegnerà ad intraprendere un percorso singolare ma a tratti interessante. 

Tutto è iniziato il 22 luglio, quando sono ufficialmente iniziate le mie vacanze, su un aereo diretto a Olbia, con i miei due piccoli e rumorosi figli, senza marito e con mamma (mia) pronta all’aeroporto di arrivo per una nuova avventura. Già al check-in mi era venuta l’idea di scrivere un libro, ma doveva avere un titolo diverso, ovvero “Come abbandonare i tuoi figli a Malpensa chiusi in una valigia insonorizzata su un rullo trasportatore“, ma una lieve stretta allo stomaco mi ha riportato lentamente al fatto che una madre deve avere una sorta di coscienza e ho abbandonato l’idea.

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bozza di copertina

Il giorno seguente, al primo risveglio nella mia amata terra di vacanze profumata di cisto, ho aperto il frigo per fare una lenta e gustosa colazione, cercando del latte da mischiare col caffè. Latte, latte…mmmh, niente latte. Improvvisamente mi è tornato alla mente che alla mia povera mamma il mese precedente avevano diagnosticato una seria forma di diabete, che la costringe da allora ad un’alimentazione ferrea. Quindi, per farle compagnia ho deciso di adeguarmi alla sua dieta (eccetto per il latte di cui ho fatto subito rifornimento), magari mangiando qualche pezzettino di pane guttiau senza farmi vedere, oppure dando un’innocente leccatina al gelato dei bimbi giusto per non farlo colare sulle mani, ecco. Pian piano il mio palato ha iniziato a trovare gustoso il pane integrale, il riso integrale, la pasta integrale, le fette biscottate integrali, il dolcificante, l’insalata scondita, i bagolini di crusca color grigio topo, e tante altre tristissime prelibatezze senza grassi e zuccheri. I miei rotoli di ciccia stavano per espatriare e io non so come cominciavo a sentire male al pancreas (ovunque esso sia) e a bucarmi i polpastrelli per testare il livello di zuccheri nel sangue, che non si sa mai, il diabete è ereditario…
E’ stato in quei giorni che ho deciso di scrivere la prefazione al mio libro intitolato “Come vivere da diabetici senza avere il diabete“, finchè è approdato sull’isola marito-che-odia-il-mare ma ama-il-porcetto, e in una settimana di permanenza ha dato il via ad un tour sfrenato tra gli agriturismi della Gallura, costringendomi all’abbandono del mio capolavoro letterario.

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bozza di copertina

E siccome da quando sono sposata sarebbe immorale e assurdo trascorrere tutto il mese di agosto in una località di mare (cit.), ci siamo trasferiti sulle Dolomiti, in sud-tirol.
Ad onor del vero, tempo fa, come prova d’amore verso marito che odia-il-mare ma ama-la-montagna, ho pensato di proporgli io di tornare in questo posto bellissimo in provincia di Bolzano, dove siamo stati 4 anni fa con Marti di 6 mesi, ma solo perchè ricordavo con soddisfazione il livello culinario altissimo dell’hotel. Oltre alle merende servite dalle 15 alle 18 contornate di panna montata fresca. Oltre alle colazioni a buffet chilometrico tra dolce e salato. Oltre all’aperitivo di benvenuto. Oltre ai cioccolatini omaggio lasciati sul cuscino. Oltre alla sauna, il bagno turco, la piscina, le tisane, la pulizia, l’eleganza, la cordialità. Pensavo che tutta questa agiatezza sarebbe stata compensata per non dire guadagnata di giorno in giorno dopo estenuanti camminate, sudate pazzesche a spingere il passeggino con dentro 15 chili di Pepo malmostoso su vette altissime, sotto un sole bruciante che mi avrebbe tatuato il bianco dei calzini alle caviglie per sempre. Pensavo che il cibo sarebbe stato solo un modo per leccare le ferite di giornate faticosissime e polpacci indolenziti. Ma non sapevo, non potevo sapere, che ci sarebbero stati 8 gradi costanti, pioggia e nubi persistenti. Così, ad eccezione di poche ore al giorno in cui comunque si doveva per forza uscire che “magari poi il sole arriva(cit.), il cibo è diventato la consolazione del cuore, e la disperazione del cu–. I miei vestiti di mezzora in mezzora diventavano sempre più stretti, le sedie sempre più piccole, il letto sempre più sfondato, le suole delle scarpe si bucavano misteriosamente e il pavimento scricchiolava al mio passaggio.

Tutto allora mi è sembrato chiaro e il titolo del mio libro ha trovato finalmente la svolta del secolo: “Come diventare obesi in dieci giorni” presto, nelle migliori librerie.

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bozza di copertina

Ho fatto una ricerca accuratissima e non esiste ancora (non-so-perchè), ma son sicura diventerà un vero best seller, me lo sento, anche se a quanto pare, leggendo commenti e post qua e là, scrivere un best seller non è da veri scrittori, insomma se scrivi una cosa che comprano tutti, cioè il popolo, il volgo, se la plebe ti legge e per di più ti capisce, allora non sei poi così bravo, guadagni troppi soldi, mica come gli scrittori di nicchia che sono veramente capaci. Ma poi penso a cosa mi potrei comprare con tutti quei soldi guadagnati dalla vendita del mio sicuro capolavoro (che ne so, un paio di scarpe quadrate antisfondamento, un parapendio extralarge come reggiseno, una tenda da circo come gonna, il panino più grande del mondo…) e decido di cancellare tutte le parole forbite dalla mia mente, scrivere e vendere più copie possibile. possibili. possibilendo.

to be continued…