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C’era una volta un pezzo di legno

Ogni bambino dell’asilo che si rispetti alla fine dell’anno scolastico, con gioia e trepidazione, porta a casa un bel foglietto colorato recante un festoso messaggio da me parafrasato così: hei mamme-papà-zii-nonni-cuggggini che durante il primo sabato pomeriggio di sole dopo 362 giorni di pioggia non avete la più pallida idea di cosa fare, mica avrete intenzione di aggirarvi per le vie del centro invogliati dai colori sgargianti dei vestiti estivi che pensavate non avreste mai più potuto indossare, mica avrete intenzione di andare a fare una camminata in montagna con meta salamella-polenta-formaggio fuso-litro di birra-crostata di mirtilli e caffè, mica vorrete sdraiarvi al sole sulle sponde del lago di Garda con una bibita ghiacciata in una mano e nell’altra un maxi cono gelato 5 palline tutte cioccolato, vero? Accorrete tutti con canti di gioia alla recita di fine anno del vostro talentuoso pargolo che non vede l’ora di mostrarvi solo il principio di una lunga carriera di attore di teatro, venite tutti, c’è PINOCCHIO!

Ora io dico, bellissimo. Davvero. Non desideravo altro che vedere Marti-m-i-p seduto sulla sua panchetta tutto emozionato aspettando il suo turno per entrare in un cilindro e uscire a sorpresa, come metafora della vita nuova. E basta. Il fatto è che questo è avvenuto dopo u n ‘  o r a   e   v e n t i c i n q u e   m i n u t i    di magnifico spettacolo ammirato rigorosamente in piedi con faccia al sole (che tutte le 7000 sedie erano occupate da zii-nonni e cuggggini, ma erano da invitare veramente???!!!), e non era nemmeno la scena finale.
Va bene, non sono sempre stata in piedi, ammetto di essermi andata a sedere di tanto in tanto su di un gradino imboscatissimo a chiacchierare con un’altra mamma.

Però ho seguito, insomma c’era una volta un pezzo di legno che diventa un bambino quasi vero, poi non va a scuola dice le bugie gli viene il naso lungo arriva la fata turchina e vissero felici e contenti. (questa è la versione-bigino di mamma mi racconti la sccctoria di Pinocchio quando la sera non ce la faccio più, giuro, funziona)

E devo riconoscere che, come spesso succede, anche negli avvenimenti che in principio si da per scontato che siano una vera rottura di palle, c’è sempre qualcosa di inaspettato che genera la svolta. Per me è stato quell’attimo di lucidità durante il quale ho ascoltato l’insegnante leggere il seguente testo:

I vostri figli non sono i vostri figli
di Kahlil Gibran

I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi,
e non vi appartengono benché viviate insieme.
Potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri,
poiché essi hanno i loro pensieri.
Potete custodire i loro corpi, ma non le anime loro,
poiché abitano case future, che neppure in sogno potrete visitare.
Cercherete d’imitarli, ma non potrete farli simili a voi,
poiché la vita procede e non s’attarda su ieri.
Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccate lontano.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero infinito, e con la forza vi tende,
affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
In gioia siate tesi nelle mani dell’Arciere,
poiché, come ama il volo della freccia, così l’immobilità dell’arco

Io non la conoscevo e mi ha colpito profondamente, con quel tuffo al cuore che ti sorprende quando riconosci una corrispondenza di verità al tuo pensiero.

Come è vero, che i figli non sono i nostri figli e noi siamo solo lo strumento attraverso il quale loro vengono al mondo, l’arco nelle mani dell’ Arciere, cioè il vero Creatore, dal quale i nostri figli scoccano in volo verso la vita e la verità.

Non riconoscere questa evidenza porta a grossi errori, e lo si sente forte e chiaro in questo momento storico. Così mi viene una rabbia ingovernabile quando sento dire che i figli sono un diritto. Ma quale diritto? Il diritto è qualcosa che può darti l’uomo, come il voto, o il diritto all’istruzione, o alla sanità. I figli non sono un diritto, ma un dono. A volte insapettato, a volte ardentemente desiderato, a volte mai ricevuto, a volte rifiutato. Ma un dono, gratuito.

Noi genitori siamo messi davanti alla semplice scelta di accettarlo oppure no, di disporci ad accoglierlo in qualsiasi sua forma o tempo, oppure decidere noi quando, come e perchè.
La vita è molto più grande della pretesa che abbiamo noi su di essa, e io sono la prima ad arrabbiarmi come una faina quando le cose non vanno secondo i miei piani. Non so cosa avrei fatto, cosa avremmo fatto, se i nostri figli non fossero mai arrivati, probabilmente avrei cercato un modo per sentirmi madre comunque, attraverso i miei nipoti, o attraverso le amicizie, attraverso il dono di me nella miriade di possibilità che ci sono nella nostra società e nelle nostre comunità, non necessariamente con l’adozione. Quando quest’ultima rimane l’unico mezzo per generare, allora diventa una pretesa.

Ma questo  problema si riproporrà presto comunque, anche a me, quando loro non saranno più dei nani buffi pieni di pieghe di ciccia, perdutamente innamorati della mamma e in adorazione delle grandi gesta del papà. Quando si faranno la barba e si allacceranno le scarpe da soli, o magari anche prima, quando prenderanno la loro strada, magari senza voltarsi, cosa ne sarà del mio essere madre*?
E’ probabile che proprio allora lo saremo veramente, una madre e un padre, che hanno accolto ed amato a tal punto da aver generato una vita che va incontro al suo Destino.

*Bora Bora arrivo!