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L’ipocondria di una mamma diversamente santa

Oggi ho avuto paura. Ero seduta davanti a quella porta grigia, sulla panca di un caldissimo corridoio odorante di umano intenso, in attesa. Con la mia cartelletta in mano, sudavo freddo. Una paura vera, come quella che si prova agli esami, nei minuti che passano prima del proprio turno per l’interrogazione. La paura che nelle vene fa scorrere i globuli a spillo, partono dai piedi, passano dalle braccia e vanno nello stomaco dove bucano una specie di sacchetto di spillini liquidi che si espandono fino alla schiena (la medicina era la mia strada, la medicina!).

Sono entrata da quella porta e ne sono uscita con una certezza: non sto morendo. Fiuu. E non ho capito perchè quando l’ho chiesto espressamente al medico che mi visitava questo sghignazzando mi rassicurava. Quindi promossa, con un 24 diciamo, voto che per altro mi ha perseguitato spesso, ma promossa. Ri-Fiuu. Poi percorrendo il corridoio vivente, mentre gli spilli riprendevano la loro originale forma di globuli rossi e bianchi, pensavo che sarebbe stato singolare uscire da lì e venire investita da un furgone, o peggio ancora da un netturbino. Pensa che fine. Certo, anche Gaudì è rimasto sotto a un tram e nessuno l’ha soccorso perchè pensavano fosse un barbone, ma lui ha lasciato sulla terra una serie di meraviglie architettoniche sublimate dall’opera ultima della Sagrada Familia, mentre io, va beh, ho fatto due figli, poi il w-e scorso i muffin, mi è capitato anche di fare le pulizie e dei favori a qualcuno a caso, ma mi sento di avere ancora molto da dare al mondo e all’umanità intera.
Così ora tiro un bel sospiro di sollievo e mi rendo conto di essere a volte un filo esagerata, da quando sono madre, nell’arrivare a certe conclusioni, soprattutto se riguardano la mia salute fisica; immagino tragedie, malattie fulminanti e scrivo lettere di commiato nella mia mente, registro filmini in cui parlo ai miei figli quando saranno grandi, come in My Life.

Poi una strana amarezza mi pervade e mi guardo bene dentro, per rendermi subito conto di quanta poca fede abbia io, checchenedica sempre io,  che non sono capace di concepire una realtà diversa da quella che desidero, che spero per me e le persone che amo, come invece fanno i Santi in cielo e quelli in terra, obbedienti al volere Altrui. Allora ho preso una solenne decisione: da domani voglio lavorare sulla mia eventuale santità, voglio essere una persona aperta alla vulnerabilità del mio umano, voglio lasciare un segno di speranza al mondo intero. Quindi, marito, facciamo così, per questo Natale mi lancio in un gesto di gratitudine per la mia non-sto-morendosità, perciò cancella dalla wish list la borsa di Valentino e regalami solo libri, che mi aiutano a riflettere, magari libri di Santi, ecco, eventualmente non morti di malattie strane che so che potrei, un giorno magari non molto remoto, avere.

Sant_Elena

Come il mio idolo, ovviamente, Sant’ Elena, che poi una volta che sei imperatrice, una borsa un po’ carina te la puoi anche permettere…