UH!

Uno dei miei fratelli ha 10 anni in meno di me. Questo significa che quando lui aveva tre anni io ne avevo 13. In quel periodo cominciavo ad appassionarmi morbosamente a certe canzoni. Nello specifico mi sciroppavo ininterrottamente le cassette di Elton John (mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati) ripetendo strazianti ritornelli al pianoforte che assicuravano che “you’ll beeeee bleeesssed”, o “it’s a Little bit funny”, tanto che se adesso radio nostalgiche poco trendy le passano ancora, io LE SO TUTTE.

Non parliamo di Marco Masini e quella forte tentazione di spararsi qualcosa di molto forte nelle vene, ma si sa, a quell’età piace soffrire. Ho comunque dovuto smettere l’assidua frequentazione quando mia madre mi sorprese in cameretta mentre urlavo a squarciagola il ritornello della celebre “vaffanculo”, che per l’appunto faceva “vaaffancuulooooo”, perchè a casa mia le parolacce non si potevano (e non si possono) dire, nossignore. Allora basta Masini. Sboccato.
Ma uno dei miei musicanti preferiti di quei tempi di cui non mi pento affatto, anzi, nel tempo continuo ad apprezzare con leggerezza, rimane il sempreverde Jovannotti. Lui sì che piace sempre. Anche alle mamme non parolacciose, ma specialmente, per la stessa ammissione dell’artista, ai bambini.

E’ qui che ritorno a parlare di mio fratello piccolo, di dieci anni più giovane di me, mannaggia a lui, che sta vivendo oggi gli anni che nella mia testa devo ancora compiere, senza guardarmi allo specchio, per non riconoscere la realtà della mia imminente oggettiva maturità.
Lui, a quei tempi, aveva tre anni, l’età del mio piccolo Pietro, in cui risulta simpatica ogni movenza, ogni frase e parola detta, con la esse sifula, la “elle” di “Linocelonte”, la lingua tra i denti, e tante consonanti indicibili.
Se c’è una cosa di cui vado fiera, di quegli anni, è di avergli insegnato le due canzoni di Jovannotti che più mi aiutavano ad elaborare in maniera approfondita i miei primi amori assolutamente platonici o immaginari per ragazzini senza barba, con la voce stridula, la peluria pre baffetto e il monociglio imminente.
Una era “Serenata Rap”, della quale gli avevo insegnato a dire perfettamente “selenatametlopolitana” (poi non si poteva procedere perchè anche lì c’erano delle parolacce anche se mia mamma non lo sapeva), e l’altra era “Piove, Senti come piove, Madonna come piove, Senti come viene giù”, nella quale lui doveva e poteva solo cantare “UH!”.
Ascoltavo sempre quest’ultima nell’ambientazione giusta, nella mia cameretta, seduta alla scrivania con faccia alla finestra, rigorosamente nei giorni di pioggia.

E’ così che spesso, se piove e c’è uggia, mi torna in mente l’immagine di lui, mio fratello piccolo, nella corsia del supermercato, seduto sul carrello con la testa piena di boccoli chiari, faccia a faccia con me, mentre lo facevo rappare orgogliosa, nell’attesa che nostra madre portasse a termine l’interminabile spesa settimanale. E, sorvolando sugli effetti collaterali che agiscono sulla testa di una riccia, sorrido, mentre la mia metereopatia si lascia sconfiggere da una felice, leggera malinconia di un indelebile ricordo, vivido e tenero.

(per la cronaca, il suddetto giovanotto fan di Jovannotti, ha imparato a dire la erre, ma la esse gli sifula ancora. Ecco mi Fento un po’ reFponFabile)

Immagine presa da Pinterest - di più nin zo

Immagine presa da Pinterest – di più nin zo

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